sabato 9 febbraio 2013

VALERIO ROCCO ORLANDO

  

Intervista a VALERIO ROCCO ORLANDO
di Marta Casati



INTERVISTO VALERIO OCCO ORLANDO NEL SUO STUDIO A MILANO NEL 2009.
Il video e la fotografia accompagnano ogni suo lavoro, o per meglio dire, sono le fondamenta di ogni suo passo artistico. Valerio Rocco Orlando, giovane artista milanese ormai da anni presenza nota sul panorama artistico italiano, raccoglie ennesime conferme e prosegue sulla sua strada di ricerca e di sperimentazione. Soprattutto il ritratto, al di fuori dello stereotipato modo di percepire la globalità fisica e mentale di un individuo, è quanto più lo interessa e lo stimola. Orlando mira a indagare, più che percepire, l’identità che si cela subito al di là della sua spessa coltre d’apparenza. Ma è soprattutto la possibilità di cambiamento, la certezza o incertezza di metamorfosi, che lo intriga fino a suggerirne le tematiche portanti di ogni sua opera. L’installazione poi diviene parte integrante della sua messa in posa, necessaria esigenza espressiva e non solo stratagemma destinato alla durata dell’esposizione.Durante l’intervista ho cercato di visualizzare l’attenzione su quanto è il suo presente, con l’esperienza americana che sta vivendo, e quanto è stato più significativo tra le mostre ormai affrontate.



Voglio cominciare questa intervista visualizzandoti nel momento biografico e artistico che stai vivendo. Sei a New York essendo stato eletto vincitore assoluto del Concorso Pagine Bianche d’Autore 2009. Cosa già sta dando questa esperienza? Quali sono gli obiettivi che ti sei prefissato?
La residenza di sei mesi all’ISCP è un’importante occasione di riflessione, confronto e produzione. Questa partenza ha dato nuova energia a un progetto a cui lavoro da tempo: l’obiettivo è di girare a New York un film d’amore, il ritratto di una relazione sentimentale, a partire dall’analisi del filosofo francese Jean-Luc Nancy. Ho pensato di creare nel mio studio un luogo di scambio e di ricerca, crocevia di volti, testimonianze e riflessioni attorno all’esperienza amorosa. Una serie di scatti fotografici e appunti di viaggio documenteranno il processo di costruzione dell’opera, registrando incontri, conversazioni e suggestioni visive. Sto cercando anche un confronto acceso e vivo con altri artisti che vivono nell’area di New York, di modo che la mia visione non rimanga privata e singolare, ma diventi tanto più universale e condivisibile.    
Dalle pagine del tuo sito web hai spiegato il quid del tuo procedere artistico così:  “La mia ricerca parte dalla consapevolezza per cui la nostra identità è in continuo movimento, vive nella stratificazione della memoria e va costituendosi nella condivisione di relazioni e sentimenti.” Cosa più t’inquieta dell’identità e del suo non potersi inquadrare e fissare?                            Sono assolutamente affascinato dalla mobilità della nostra identità e dalla sua capacità di definirsi, quotidianamente, all’interno delle relazioni con gli altri. Secondo Rudolf Kassner, il filosofo austriaco che negli anni Venti mette in discussione la fisiognomica classica, “ogni carattere, volto, essere è metamorfosi”. La nostra stessa identità è metamorfosi, in quanto polarità e in-differenza di tratti fissi e tratti mobili, fisionomia e mimica, statica e dinamica. Dal momento che l’uomo non può essere come appare, semplicemente perché non si limita a essere, ma continuamente diventa, cambia, si trasforma, il suo volto non è più spazio, ma tempo. Il volto è storia, o meglio, racconta le sue storie; non dice il carattere, ma le sue trasformazioni, che sono appunto le sue storie. Nelle mie installazioni emergono proprio queste trasformazioni, in una “reciprocità di sguardi” in cui si genera il senso del volto, all’interno di una relazione di perfetta co-risonanza vissuta tra ciò che oggettivamente appare e lo sguardo soggettivo.           
La tua ricerca è nutrita dalla fotografia e dal video con energica fame sia dell’uno che dell’altra, senza per questo sfociare in attacchi bulimici in entrambi i casi. Il tuo risvolto finale procede asciutto e sgombro da eccessi ornamentali ridondanti. Ma in questo procedere attento il video risulta il protagonista assoluto. Come ti approcci al suo obiettivo? Progetti ogni dettaglio a tavolino per poi giungere alla fase tecnica avendo studiato ogni passaggio o lasci che l’istinto del momento giochi gran parte della partita?                                                           Il mezzo cinematografico è il più coerente ed efficace nel rendere quelle trasformazioni, corrispondenze e stratificazioni che m’interessa scandagliare. Dopo un lungo lavoro di documentazione, editing e selezione, minuzioso e istintivo allo stesso tempo, la fase dell’installazione riveste un ruolo altrettanto importante nel processo di creazione di un progetto, tanto che anche la fotografia viene sempre inserita all’interno di strutture articolate.                                                      
Una delle mostre personali più recenti (tenutasi da Maze a Torino) si chiama Niendorf (The Damaged Piano). Vorrei che spiegassi tu stesso per chi non ha visto il progetto, ospitato anche al Teatro Regio di Parma, la storia di questo pianoforte e del suo pianista, il perché ti sei appassionato così tanto alla sua vicenda.                                                     Niendorf (The Damaged Piano) è il ritratto di un pianoforte sopravvissuto in Germania alla guerra, uditore e interprete di mille storie e ancora capace di vibrare suoni assolutamente personali. Le tracce dell’abbandono e la sua riscoperta, così come l’identità stratificata dello strumento, sono talmente evocative e stimolanti per la mia ricerca, che ho sentito fin dall’inizio la necessità di raccontare la sua storia. Grazie anche alla produzione del festival Novara Jazz il progetto ha vissuto diverse fasi, dalla prima presentazione a Palazzo del Broletto di Novara all’installazione dei due mega schermi sul palcoscenico del Teatro Regio di Parma, fino alla forma definitiva della personale da Maze a Torino. Le luci colorate riverberano i diversi suoni e le diverse anime che appartengono al pianoforte, le musiche del passato che riaffiorano nel presente, così come il close-up in bianco e nero del compositore inglese Michael Nyman, nella seconda proiezione del film in 35mm, diventa l’alter ego di ogni musicista che si è accinto a suonarlo.                                     
Tre aggettivi per descrivere il mondo dell’arte contemporanea (ormai domanda immancabile per ogni artista).                       Personale, rizomatico e spettacolare.

(PUBBLICATA NEL NUMERO DI OTTOBRE-NOVEMBRE 2009 DI ESPOARTE)

DAVIDE BALLIANO

  
Intervista a DAVIDE BALLIANO
di Marta Casati



2009
Avevo curato la sua prima personale in Italia solo tre anni fa ma in questo frangente la sua evoluzione stilistica è divenuta sempre più matura, decisa, riflettuta. Davide Balliano (classe 1983, nato a Torino) esplora la fotografia, il video ma anche la performance seguendo coordinate rigorose, fedeli a un registro estetico mai discordante tra sé, proteso a scardinare il muro dell’immediato visibile. 



La tua recente mostra, My tears will be light in the night of your eyes da Jacopo Jarach a Venezia, sviluppa le coordinate tematiche, concettuali ed estetiche affondando le sue radici nell’antichità della cultura occidentale. Il richiamo ai capisaldi scultorei del mondo classico sono citati e chiamati in scena con dichiarato intento ma, nel contempo, elaborati dal tuo intervento con asciutta pulizia. Parlami tu di questo progetto, da dove nasce, di come si è sviluppato, cosa nasconde dietro la sua facciata, appunto, classicheggiante.
L’Arte classica e antica ci permette di passare attraverso i secoli, di ripercorrere il tempo che è stato, come se fosse un’antologia umana. Più che il significato artistico, di questi lavori m’interessa la capacità che hanno di essere simbolo del momento a cui erano contemporanei. Il tempo come elemento autonomo e la sua relazione con il tempo mortale, sono al centro della mia ricerca e dei miei interessi.

Da circa tre anni ti sei trasferito a New York, un cambiamento più che rilevante sia sul piano personale che su quello lavorativo. Se ti chiedessi di stilare i pro e, perché no, anche i contro, in relazione al tuo lavoro, cosa sarebbe fondamentale sottolineare? In cosa la tua ricerca si è evoluta e in quale direzione grazie anche a questo cambiamento di vita? In cosa il piccolo sistema dell’arte italiana è fragile rispetto al grande sogno americano e in cosa viceversa?
New York è un’isola ed un mondo a sé. Qui s’impara a concentrarsi, a far chiarezza nei propri pensieri ed a mantenere una direzione. Il mio lavoro ha preso struttura ed autonomia. La mia ricerca è diventata più solida, meno vittima dei momenti. L’unico contro di questa città, è la sua velocità. Qui si corre più di quanto non si credesse di poter essere capaci. Si procede con più velocità, ma ogni caduta viene pagata più cara. L’Italia ha avuto ed ha ancora grandissimi Artisti, Curatori, Critici e Scrittori. Molti di loro fanno parte di una comunità, di un Internazionale dell’Arte che si riunisce ad ogni grande appuntamento. A questa comunità io mi relaziono ed in lei cerco approvazione ed accettazione. Chi lavora fuori da questa comunità ha evidentemente fatto delle scelte che prediligono un approccio locale, che spesso presenta molti vantaggi immediati. Questo mi sembra sia il caso di alcune realtà Italiane. Ne rimangono comunque molte di altissimo livello ed eco internazionale.

La performance – posso citare The heart of your mother for my dogs durata ben trenta ore lo scorso marzo in The Artist Space in New York -  ha ormai rivestito una parte integrante della tua ricerca. In cosa ti soddisfa a differenza degli altri media? Ti permette di esplorare quale ambito nel quale il video e la fotografia, per differenza strutturale, non riescono ad entrarvi?
Della Performance mi affascina l’unicità. Non credo molto nel valore artistico della documentazione e penso quindi che una Performance dal vivo sia persa nella sua verità  una volta conclusa. Un lavoro dal vivo è una moltitudine che avvolge con migliaia di particolari, in maniera molto più immediata rispetto agli altri media. Nonostante le sue particolarità, generalmente mi relaziono alla Performance con un attitudine simile alla scultura e all’installazione. Del resto mi relaziono alla scultura con un approccio curatoriale, alla fotografia con intenti pittorici e al video con sensibilità fotografica.

Non voglio esimerti dal tormentone destinato ad ogni artista: dammi i tuoi tre aggettivi per descrivere l’arte contemporanea (e perché).
Individuale, temporale e complessa. Il numero degli elementi è cresciuto. La comunità dell’Arte si trova a dialogare con una cultura che mai era stata così accessibile, veloce e globale.  Ogni produzione presenta un microcosmo di letture, significati ed aspetti. Questa moltitudine di punti di vista, sembra simile ad una folla in cui è facile che la percezione del nostro stato di singoli sia amplificata.
Mi chiedo cosa tu stia preparando: i tuoi prossimi progetti. Dammi qualche anticipazione sapendo che non mi accontento solo delle locations: vorrei sapere su cosa ti stai dirigendo o se, piuttosto, stai approfondendo strade già intraprese ma ancora da sviluppare.
Sto preparando una Performance per il Plymouth Art Center e nuovi lavori per una fiera a Dicembre. Al momento, stilisticamente,  mi sembra di essere arrivato in un punto in cui ho piacere di fermarmi un attimo a riflettere. Ho molto da precisare prima di cambiare direzione.


BHARAT SIKKA


Interview with BHARAT SIKKA
by Marta Casati
2009
  



I would like to start this interview by asking you to tell us when and why the work presently on show in the exhibition titled “Indian Men” at Sara Zanin’s Z2O Gallery in Rome was actually made? In which Indian cities did you create these works? Is it a collection that you have put together over the last few years?
The project was done over 5 year, the project was about Indian Men, as was shot all over the world and not just India

How would you define “Indian Men”? In what ways are Indian men different to the men of any other population? What are the specific characteristics that enable a man to identify with the description “Indian”? This is possibly a somewhat patriotic question, but in any case I would be pleased to hear your answer.
My version of Indian Men came about when I was still in school, in New York. Until then the Indian man was just indentified by stereotypes like the Maharaja, Sadhu, Snake Charmer, or guy from the slums. The “Indian Men” project portray the contemporary Indian men, from a middle upper background. So I have documented them in their environment and try to tell a story about them.

When an observer looks at one of your works and is immediately able to recognize its creator, saying, “This work is by Bharat Sikka”, do you think that there is one specific component that makes this identification possible? What are the technical and conceptual characteristics that hallmark your style?
I am really interested in the environment I place my subjects in, which shows in my photographs. My photographic style is derived from cinema and the use of cinematic lighting the technical characteristics.

India is one of the few countries – perhaps the only country – in the world capable of implementing rapid transformation, while retaining luckily – its most ancient traditions, without emptying them of meaning or falling into the trap of banal, universal standardisation. Could you expand on this observation, or would you rather modify it?     
Our culture is deeply embedded in us, western influences are prominent now more than ever. Economic growth is taking place in our country which will definitely expose us to “western culture”.

Do you think that modernity could represent a danger for your country?
Modernity comes with both positive and negative aspects, and modernity itself is a “western concept”. I am more interested in an evolution of a society.

Often one refers to “contemporary India”. But which is today’s India? Because of the age in which I live, my vision of India is, and always will be, only partial, but as you are Indian, you can give me a more complete picture.  
My version of India is far away from its “stereotypical” portrayal. I can only identify to contemporary India through myself. I come from an upper middle class environment with a western education and outlook and interact with people with a similar background and environment. Which is not to say that the stereotype of the Maharajas, slums, do not exist anymore, but referring to the change India is gone through culturally, economically and environmentally. Today India could be one of the most diverse countries in the world, with a cocktail of modernity antiquity.

What is photography for you? Do you consider it a descriptive tool that provides realistic components of the world that you observe (as if it were a sort of end product), or is it rather a springboard, an initial and partial interpretation (just a starting point) in decoding reality?
Until now I have used photography as an art form to document the world as I see it. Now I am more interested in fiction and use photography as a medium to express and create an image, like a painting, which has more of an artistic value rather than a document.
Details are very important in the narrative that you develop in each work. Is this true? What do “details” represent in your work?
Yes it is true, Detailing is very important to me, as I mentioned earlier, the environment that I place my subject in is very carefully chosen and staged, keeping everything to the miniscule detail to represent the story that I want to tell.
Photography is not the only medium that you are familiar with, because video is also a tool that you use. When do you feel that it is necessary to use video?
Video is a RELATIVELY NEW MEDIUM FOR ME, I am still experimenting and discovering with it.
In what circumstances, or for what requirements that cannot be met by photography, does video represent a satisfactory solution for you?
For me its about being able to express my art through any medium. Video is the closest extension to photography, and therefore im excited about it.
I ask every artist to give me three adjectives describing contemporary art. Some of the descriptions that I have been given include “commercial”, “facile”, “succinct”, “sterile”, and many others. I would be interested to hear yours.
Clinical, Banal, Intriguing.
Could you tell me anything about your next projects? 
My next project is called “The road to Salvador Do Mundo”. It is based in Goa and is an anti-thesis of my last project Space in Between”.
 
(Pubblicata su ESPOARTE di aprile-maggio 2009)



ALFREDO JARR

  

Intervista ad ALFREDO JAAR
di Marta Casati



OTTOBRE 2008 MIlano
Ci sono incontri che lasciano segni più significativi di altri. Questo è uno di questi. Perché Alfredo Jaar è un artista, è un architetto, è un film-maker ma soprattutto è un individuo che utilizza l’arte come strumento di interazione con il contesto sociale e politico globale, denunciando e puntando il dito sul concetto di emergenza e oppressione. It’s difficult, il recente binomio di solo show in corso allo Spazio Oberdan e all'Hangar Bicocca a cura di Gabi Scardi e Bartolomeo Pietromarchi, diviene l’occasione più adatta per approfondire diverse tematiche …..  



Questa intervista nasce in occasione delle mostre milanesi. Il progetto ha natura antologica raccogliendo fasi diverse della tua ricerca artistica e nell'arco di un lungo periodo di tempo. Credo che non sia stato facile organizzare due mostre di questa portata, per questo motivo mi parlasti delle difficoltà che avete incontrato nel realizzarlo?
È stato molto difficile perché ho creato più di cento opere negli ultimi trent'anni. Questa mostra non è una retrospettiva, ma semplicemente una selezione di opere, un’antologia. Abbiamo guardato ai grandi temi e alle grandi questioni e selezionato alcuni dei soggetti più importanti come le mie preoccupazioni per l’Africa o il mio grande interesse per i media. Ma volevamo anche mostrare le mie opere su altre aree, come l’America latina o l’Asia. La decisione finale sulle opere da selezionare è stata presa anche tenendo conto delle loro dimensioni, in quanto si esponeva in spazi architettonici molto diversi. Abbiamo selezionato determinate opere specificatamente per lo Spazio Oberdan, le cui dimensioni sono molto raccolte, e invece opere di maggiori dimensioni per l’Hangar Bicocca. Le dimensioni sono state decisamente un fattore importante nella scelta finale.

I privilegi invece quali sono e quali sono, ossia Lo spettatore che si accinge a visionarla potrà ritenere di visitare una completa ed esaustiva raccolta dei tuoi progetti o solo una parte e di alcuni anni in particolare?
Penso che il pubblico dovrebbe essere in grado di carpire il mio io artistico e la tipologia delle mie opere e anche il mio modo di pensare. Spero che il pubblico percepisca l'energia che mi fa andare avanti.

Le opere che appartengono a "The Ruanda Project" nascono e sono state realizzate tra il 1994 e il 2000. Dopo tanti anni trascorsi in Africa, se pur non continui, cosa puoi affermare di aver compreso di questa terra? Cosa, invece, reputi che ancora non ti appartenga e forse non ti apparterrà mai?
Dopo tutti questi anni di lavoro in Africa ho capito di aver compreso molto poco di questa terra ed è per questo che continuo a lavorarci, perché voglio capire di più e comprenderla meglio: vorrei capire meglio cosa sta succedendo in Africa; vorrei capire meglio perché il mondo tratta l'Africa come la tratta, perché il mondo rappresenta l'Africa così come la rappresenta; vorrei capire meglio le relazioni esistenti tra africani e non. Onestamente posso dire che capisco poco. Il mio lavoro è un esercizio modesto di comprensione di un continente ed un popolo straordinari.

Nei tuoi progetti l'obiettivo principale sembra quello di generare una visione che condanni e denunci uno status di cose che deve essere mutato, perché chiudere gli occhi su condizioni politiche ed economiche allarmanti non sarebbe di certo la strada più corretta. Credi di dover aggiungere o modificare qualcosa in questo  mio commento? E' una visione limitata vedere la tua forma di fare arte come un modus di fare critica sociale?
Prima di tutto sono un giornalista frustrato, per cui quello che cerco di fare col mio lavoro è informare le persone su alcune situazioni che ritengo siano state ignorate. Ma cerco di farlo poeticamente perché non sono un giornalista, ma solo un giornalista frustrato. Il mio lavoro è fatto allo stesso tempo di informazione e poesia e spero che l'incontro di questi due elementi renda il pubblico consapevole dell’esistenza di alcune realtà, lo informi su di esse, ma soprattutto lo emozioni, gli offra un momento di riflessione e lo spinga ad agire. È un progetto molto ambizioso che è ovviamente destinato a fallire.
VF
Quali reputi essere la denuncia politica ed economica più profonda e significativa che mai sia stata fatta negli ultimi decenni- nel mondo dell'arte ma non solo - e da chi?
Non ci ho mai pensato. È una domanda difficile. Penso che nell'ultimo decennio sono nati talmente tanti movimenti di protesta che per me è difficile segnalarne uno. Ma, ad esempio, ho notato che esiste oggi una preoccupazione crescente per l'ambiente. Si tratta di sviluppi relativamente recenti, o perlomeno oggi più visibili che mai. Trent'anni fa pochi si interessavano all'argomento; oggi invece si assiste ad una crescente presa di coscienza, una nuova e seria questione ambientale. Oggi pensiamo alla qualità dell’aria che respiriamo, dell’acqua che beviamo, del cibo che consumiamo, al riscaldamento globale ecc... Ma penso che questa sia solo una delle risposte possibili. 

Il concetto e la definizione di "geografia" ritorna spesso nei tuoi progetti, sia nel titolo (penso a "Geography=war"  - installazione del 1991 che riferimento alll’episodio dei rifiuti tossici tra Italia e Nigeria) sia nella trama concettuale dell'esperienza condotta (basti pensare a "Logo for America", un progetto di parole e immagini del 1987 realizzato per un edificio di Times Square a New York.). Potessi dare una tua spiegazione specifica del significato di "geografia", corredandolo di maggiori e più profondi significati, cosa diresti?
David Harvey, che stimo moltissimo, scrisse che la geografia è troppo importante per essere lasciata nelle mani dei generali. Ritiene che la geografia sia una materia fondamentale da conoscere per comprendere il mondo, per capire perché il mondo è quello che è oggi. E io sono d'accordo con lui. Per questo ho creato una serie di opere chiamate "Geografia=Guerra", perché la geografia è molto di più del paesaggio fisico di una nazione. La geografia deve essere letta in termini sociali, politici e culturali, in un contesto molto più ampio. Credo che la geografia finora non sia stata considerata correttamente come insieme di conoscenze che aiutino a comprendere il mondo, e penso invece che lo debba essere.

Una mia curiosità: ti piace essere intervistato? Cosa ti piacerebbe ti venisse chiesto?A tal proposito ti chiedo di formularti da solo una domanda e di fornirti la risposta in modo tale che la notizia possa essere nota e ben chiara.
La domanda è: “Perché è così difficile?” e la risposta è: “Sono stato un artista per più di trent’anni e non ho imparato niente. Ho l’impressione che diventi sempre più difficile perché il mondo diventa sempre più complesso, ci sono più tragedie e più ingiustizie. Mi pongo sempre la stessa domanda ogni giorno all'inizio della mia routine giornaliera allo studio: come posso fare arte in un mondo in queste condizioni, come si fa arte in questa situazione? Ma non so rispondere. E proprio perché non so rispondere, dico che è difficile e non ho paura di ammetterlo. Credo che sia molto importante per un artista riconoscere i propri limiti, le difficoltà, ammettere che è difficile e incorporare questa difficoltà nelle proprie opere. Ed è per questo che lavoro in serie, che una questione si traduce in venticinque opere. Lavoro in serie perché le mie opere diventano esercizi: provo una strategia e non funziona, ne provo un’altra e non funziona nemmeno quella. Quello che sto cercando di fare è difficile ed è per questo che definisco le mie opere futili esercizi, proprio per superare queste difficoltà.

Mi piacerebbe sapere da cosa trai il piacere della lettura: leggi giornali come i quotidiani o ti affidi ai classici della letteratura? Senza nascondere il reale senso della domanda, credi che oggi si possa leggere un giornale senza ritenere che l'80% delle informazioni che vi si trovano non siano alterate/forzate/modificate?
Inizio le mie giornate recensendo i quotidiani su internet. Leggo le informazioni da diversi mezzi di comunicazione di tutto il mondo ed in lingue diverse. Per me è importante confrontare quello che viene detto e cercare di leggere tra le righe: è il solo modo di crearmi una mia versione della realtà, la mia visione del mondo, perché non mi fido di alcun mezzo di informazione. Quando ho tempo, per divertirmi ascolto musica, in particolare musica africana contemporanea. Colleziono musica africana contemporanea, è la mia passione, una parte molto importante del mio mondo. Mi piace anche leggere, e il mio genere preferito è la poesia. Possiedo una grande raccolta di libri di poesia di tutto il mondo. Ungaretti è uno dei miei poeti preferiti. E poi mi piace molto andare al cinema e ci vado il più possibile.

Chiedo spesso, a ogni artista o addetto dell'arte che intervista, tre aggettivi che in qualche modo descrivano l'arte contemporanea e lo faccio anche con te.
Penso che sia impossibile rispondere a questa domanda, perché l’arte contemporanea non è monolitica. L’arte contemporanea è un insieme di sistemi con al suo interno tanti piccoli sistemi. Alcuni di questi sistemi interagiscono fra di loro, alcuni si toccano e altri si ignorano del tutto. Non si può definire l'arte contemporanea come mi hai chiesto perché si tratta di una complessa rete di sistemi a più strati. E ogni giorno vengono inventati nuovi sistemi. Purtroppo la stampa in genere dà, erroneamente, una visione monodimensionale dell'arte contemporanea. Non è stata in grado di trasmettere al pubblico la complessità dell’arte contemporanea. Ed è per questo che non posso rispondere alla sua domanda.

Stai progettando il tuo prossimo intervento? Quale paese sarà coinvolto. Dammi qualche anticipazione.
Il mio prossimo progetto è un intervento pubblico nella città di Stavanger, in Norvegia. Sto creando un monumento permanente contro il riscaldamento globale.

Alfredo Jaar è nato nel 1956 a Santiago del Cile. Dal 1982 vive e lavora a New York. 




(Pubblicata ESPOARTE di dicembre 2008-gennaio 2009)

LUCA VITONE


Intervista a LUCA VITONE
di Marta Casati



Intervisto Luca Vitone nel mio studio di Milano (2008).


 
Non posso cominciare questa intervista senza chiederti del tuo recente progetto al Castello Sforzesco: la sola lettura del titolo, Trallallero, potrebbe suscitare un senso di pungente ironia verso questo enorme magma definito arte contemporanea. È così, almeno un po’?  
Credo che il titolo possa essere interpretato da ognuno come meglio si crede. Trallallero è in realtà una tipologia di canto tradizionale popolare della cultura urbana genovese. È un canto a cappella i cui componenti si chiamano “Canterini”. L’intero gruppo viene chiamato “Squadra” – ognuno con un nome che di solito è quello del quartiere di provenienza – ed è composto dai sette ai nove elementi. Il canto è, ovviamente, solo vocale e a quattro voci: contralto, tenore, basso e voce chitarra. Così si compone Trallallero...
Non sono canti di lavoro, religiosi o politici: è la tradizione popolare del passatempo, della spensieratezza, della canzone d’amore, del canto da osteria.
Sono state invitate le uniche cinque Squadre tuttora esistenti, che per la prima volta canteranno in contemporanea. Ho portato il loro repertorio all’interno dei fossati del Castello Sforzesco, occupando i tre lati verso Parco Sempione – mentreuadre  il quarto lato non c’è più, perché ormai è un prato che arriva giù, lungo le mura. Il pubblico guarda dagli spalti verso il fossato e ascolta questa musica che fuoriesce dalla terra, proprio come in altri miei lavori, dove dalla terra esce una sorta di colonna sonora del luogo. Questa volta l’azione si è svolta intorno al Castello, come fosse un fluido vitale, un liquido, oppure – nel senso più letterale – dei frutti che la terra ci dona come fossero il nostro passato.

Anche in Special Vocalist – progetto del 2005 allo Stadio Meazza di Milano – il motore trainante era il canto. In questo caso qual era l'esigenza da colmare, l'obiettivo da raggiungere?
In ballo c’era un aspetto di sicuro più giocoso, ossia portare un gruppo di musica popolare folk di nicchia, molto di nicchia, in uno stadio con il tipico impianto audio degli stadi, proprio come se si trattasse di un gruppo rock.
È stato il gioco di una serata pensata per il Salone del Mobile, Domus Circular, curata da Stefano Boeri e Andrea Lissoni, dove c’erano presentazioni di vario tipo, dal concerto musicale alla proiezione in prima mondiale di un video, dal film all’incontro con il design.  
 
Sempre a settembre è stata inaugurata un’altra tua mostra a Milano, Le ceneri di Milano da Emi Fontana. Di quali ceneri si tratta?
Sono, letteralmente, ceneri di Milano. Provengono da un termovalorizzatore, rappresentano l’uso del nostro quotidiano. Sono le nostre ceneri, quanto viene definito immondizia trasformato in ceneri. Le letture che si possono trarre sono molteplici, ciascuno potrà trovare la propria. 

Vi è correlato anche il pensiero di morte?
Potrà esserci correlata l’idea funeraria nei confronti del nostro dominio occidentale. Con il nuovo millennio si è aperta la Porta d’Oriente e proprio là dovremo guardare e rivolgerci. Le influenze – economiche, politiche, culturali – arriveranno da questa direzione. Rientra all’interno di un mio discorso sull’idea di moderno, che è partito qualche anno fa con i monocromi in cui utilizzo un antipigmento, un non-pigmento, qualcosa dal quale solitamente ci si difende, tipo l’agente atmosferico o la polvere e adesso la cenere. Le ceneri di Milano sono un ulteriore passaggio di questo pensiero: una sorta di pittura attraverso una non-pittura, che è anche una considerazione sulla fine di un moderno classico degli anni ’50/’60. 

Dunque, due mostre/progetti in contemporanea ma dal taglio concettuale ben diverso.
Con Le ceneri di Milano siamo all’interno di una dimensione più riflessiva anche in relazione al mondo e alla storia dell’arte, mentre con Trallallero si ha proprio un modo diverso di interpretare il lavoro, in quanto questo si articola in una sola serata, è un atto performativo che conferma una ricerca. In entrambi i lavori c’è un rapporto con il luogo: in uno c’è la dimensione della città, nell’altro i luoghi delle origini. Entrambi fanno parte di progetti che sto portando avanti negli ultimi anni, come I Cannocchiali che in Italia erano a Frascati, vicino Roma, e a Pisa.  
 
A proposito delle tue origini genovesi, che rapporto hai con la tua città? Più o meno conflittuale?
La collaborazione con le squadre di Trallalero risale proprio al 2000, quando ho tenuto una personale al Palazzo delle Esposizioni, che si intitolava con il termine genovese Stundàiu. Tale progetto metteva in scena il mio rapporto con Genova che – come spesso accade con la città di origine – è contraddittorio, tinteggiato da amore e odio, positivo e negativo. In quel caso mi interessava lavorare sugli stereotipi urbani come quello architettonico, proprio come nella personale che si inaugura il 22 novembre a Linz, in cui verrà costruita una “creuza” (originariamente una strada extra urbana che dai monti porta al mare) posta all’entrata del museo. Per accedere all’interno, si dovrà attraversare proprio tale scultura. 

Anche pensando a Panorama, ti chiedo se esiste una differenza tra il concetto di “spazio” e quello di “luogo”. Che rapporto li trattiene?
Il luogo è una porzione circoscritta dello spazio. Lo spazio invece ha un quid temporale, ha un rapporto con il tempo, ma a volte è anche un sinonimo. 

Osservando invece l’immagine dell’installazione ospitata lo scorso giugno al Mart di Rovereto, Gli occhi di Segantini, trovo il pretesto per chiederti del tuo rapporto con la storia dell’arte. Senti di frequente o di rado la necessità di scartabellare il passato, osservare e sperderti nella consultazione dei maestri del passato per instaurare un confronto/dialogo con loro?
Un rapporto con il passato, lavorando all’interno del sistema dell’arte, c’è sempre: si guarda comunque cosa è avvenuto. Ci sono dei momenti o delle personalità di cui ci si innamora, anche solo temporaneamente. A volte su una di queste personalità nasce l’idea di fare un progetto. Gli occhi Segantini nasce proprio dalla curiosità che avevo nei confronti del suo fare pittura ma anche del suo essere uomo. È stata la prima volta che ho fatto un lavoro di quelle dimensioni e con quel coinvolgimento, dedicandolo interamente ad un artista del passato. Non so dire se succederà di nuovo.  
 
La mia domanda classica: tre aggettivi per descrivere l'arte contemporanea.
Stimolante, coinvolgente, stressante.

Che rapporto hai con la fotografia e con il video?
Sono due mezzi che non mi appartengono del tutto. La fotografia mi appartiene come mezzo per esprimere degli “schizzi visivi”, “appunti visivi”. Raramente la utilizzo come unico strumento per esprimere un pensiero. A volte vi ricorro perché mi interessa un’immagine e solitamente non è una fotografia che scatto io: è una foto che trovo, che mi serve e utilizzo. Sono quindi  “appunti visivi”, serie di immagini solitamente di piccolo formato. Sono anche un luogo espositivo in quanto momento dell’esposizione, ma sono sempre correlati ad altri oggetti. Per il video è lo stesso: qualche volta l’ho utilizzato per dei lavori, per esprimere l’idea tramite il video, altre volte invece mi è servito per documentare qualcosa: proprio come per Vocalist allo Stadio Meazza, evento che dura un momento, per di più evento sonoro; pensare di documentarlo soltanto con una foto non sarebbe stato di certo soddisfacente. 

Solo qualche piccola anticipazione su qualche progetto futuro: dove e quando?
Tra i progetti che posso anticipare, a parte qualche collettiva, c’è una personale a fine novembre all’O.K. Centrum di Linz. È la seconda parte di un’antologica che era iniziata l’anno scorso al Casino Luxembourg. Trasformandosi poi ulteriormente, sarà ospitata nella primavera del 2008 alla GAMeC di Bergamo.    

Luca Vitone è nato a Genova nel 1964. Vive e lavora a Milano. 



(Pubblicata su Espoarte di ottobre-novembre 2008)

 

MARCELLO MALOBERTI

 
Intervista a MARCELLO MALOBERTI
di Marta Casati



Intervista del 2008.


La tua più recente esperienza espositiva è Tagadà, la mostra ospitata negli spazi della galleria Raffaella Cortese lo scorso settembre/novembre. Trovo però che il termine “mostra” non sia adatto: sei riuscito a creare un globo in divenire, un microcosmo di agenti che tra loro interagivano, nonostante la natura tanto diversa delle proprie concatenazioni. Tagadà è il senso di vortice che conduce dove?
Tagadà è un evento che non ama un palcoscenico teatrale con un unico punto di vista, ma molti punti di vista intrecciati insieme. Diciamo che è più cinematografico, una vertigine di immagini, suoni e luci modifica la percezione della galleria.
La vertigine è una parola-concetto che mi accompagna dal 1992, con l'installazione La vertigine della Signora Emilia. Non prendere una direzione definitiva ma lasciarsi affascinare dal caos e stare in una vertigine percettiva è una sensazione del vivere contemporaneo. Tagadà è uno stato d'animo, è l'energia  allo stato puro... spero!
Ho pensato la mostra non con una forma unica ma sempre in movimento informe, mi affascina pensare Tagadà come il mio rumore di fondo.
Tagadà è il mio modo di pensare discontinuo, è mettere tutti i pensieri sullo stesso piano, tipo blob. È una mostra che potrebbe continuare all'infinito aggiungendo visioni a visioni, cose a cose, performance a performance...

Ho notato che l'elemento circolare sia stato un elemento determinante e ricorrente tra le “presenze” in gioco: la forma delle conchiglie, dei tavolini argentati, dei cerchi avvolgenti nel video, della ruota caleidoscopica in verticale al muro, nell'ampia ragnatela di spilli... è così o mi sbaglio?
Il cerchio è una forma geometrica che mi crea male alla testa, il girare a vuoto, la giostra, l'arte optical... il cerchio contiene ma destabilizza. Il primo lavoro che accoglie a braccia aperte lo spettatore, quando scende dalla pedana, è un acquarello... Tanti tondi colorati presi dalle scatole degli acquarelli per bambini, sono incollati su una fetta di un tronco d'albero che, girando velocemente su se stesso, evoca l'arte optical, ma un optical-povero fatto con pochi mezzi... L'arte optical mi crea la nausea e vomiti improvvisi.
Il groove eccitato e circolare del progetto sonoro di Igor Muroni, ragiona sulla relazione emozionale che la musica crea tra il pubblico e l'artista durante un concerto. La musica di Tagadà è quindi disegnata su una partitura emozionale espressa dall’eccitazione del pubblico. 

Il tuo lavoro mi conduce a pensare alla potenza della situazione, alla forza dell'accadimento qui & ora, del non-senso nel caricare le possibilità di ingombranti aspettative. Come potresti commentare queste mie parole? L'atto performativo è... definibile?
Mi piace pensare la performance come evento-situazione dove ci si cala all'interno. La performance è sprofondare sotto al mare e poi vedere la luce del cielo sopra: mi piace pensare allo spettatore come parte integrante del mio lavoro. La performance è farsi toccare dalla bellezza della vita, e vedere l'istante che si crea sotto gli occhi...
Mi sento lontano dalle azioni dove “io artista faccio e il pubblico guarda” come a teatro; la performance è un linguaggio da criticare, distruggere, scalfire, ridicolizzare e reinventare sempre, un mischiare le carte... La performance è un modo di fare... Anche la fotografia e il disegno possono essere performativi, come per esempio nella mia prima performance: la foto di mia nonna sotto il tavolo...
In realtà la prima performance è stata all'asilo, quando me la sono fatta nei pantaloni durante la recita... Fernando Pessoa pensa all'atto artistico come un attentato... W Fernando!

Credi che il pubblico, in procinto di accogliere il concetto e l'esecuzione di una performance, abbia aspettative maggiori rispetto ad altre forme espressive?
Penso che dalla performance non ti aspetti di più che da altre forme   d'arte, ma l'attesa stessa è un suo elemento fondante. Di solito i miei lavori sono sempre in corso mentre il pubblico entra nel luogo di un  evento... mi piace quando nella vita ti addentri in situazioni che cambiano velocemente l'atmosfera: un cambio improvviso emotivo e mentale.

Se dovessi divenire il concetto di stupore, quali colori e quali immagini useresti?
Lo stupore è la disperata vitalità, come diceva Pier Paolo Pasolini.

Set acrobazie – nel quale mi sono scontrata per la prima volta al Centro di San Colombano al Lambro nel 2006 –  è riuscito a calamitare la mia attenzione colpendo in pieno il nucleo che gestisce l'emotività. Credo che questo sia il tuo merito più grande: guidare la regia dei tuoi interventi senza scenografie o copioni, concedere che sia il caso a dirigerli con provvidenziale improvvisazione. Ma il Caso esiste?
L'emotività è un aspetto centrale nel mio modo di vivere: in me è fisica, senza mezze misure. L'esperienza di Set Acrobazie a San Colombano è stata molto forte, tante situazioni vivevano contemporaneamente dando corpo ad un paesaggio emotivo diretto e reale... Il caso e l’insolito esistono, ma dentro un leggero ordine, mi piace pensare che la vita sia forma tra le forme che compongono fisicamente il mio lavoro. Nella mostra Acrobazie, curata da Elisa Fulco e Teresa Maranzano, un po’ fuori controllo avevo lavorato con molta forza ed energia sulle immagini felici e la simpatia con i materiali. 

La tua più frequente ossessione, legata o slegata all'arte.
L'ossessione è alla base del mio lavoro. Sono ossessionato alla follia. Il mio lavoro è la mia più grande ossessione. Anche il piacere è una bella ossessione.

Una domanda che nelle interviste e nei dialoghi con gli artisti è invece divenuta per me una sorta di ossessione è chiedere tre aggettivi per descrivere l'arte contemporanea e il sistema che attorno vi ruota. Non posso non chiederti la stessa cosa...
D.E.L.I.R.I.O.

Qualche anticipazione su progetti futuri...
Una mostra a Palermo da Francesco Pantaleone e un’installazione permanente davanti la stazione di Fiorenzuola in Emila Romagna, inaugurata da un grande happening ad alto volume!


Marcello Maloberti è nato nel 1966 a Codogno (Lodi). Vive e lavora tra Milano e Lisbona.

  
(Pubblicato su Espoarte di ottobre-novembre 2008)

LUCY+JEORGE ORTA

  
Intervista a LUCY+JEORGE ORTA
di Marta Casati




Intervista in occasione della mostra Antactica all'HANGAR BICOCCA di Mlano nel 2008.



Antarctica è un progetto che tra febbraio e aprile dello scorso anno (2007) vi ha visto partire in una spedizione nella base scientifica argentina di Marambio, nella Penisola Antartica, per installare le vostre opere e realizzare un video.
Nel vostro immaginario cosa ha significato l’incontro con una terra – almeno all’apparenza – tanto distante?
« Hacia el sur en el blanco profundo se fundieron los colores del mundo y el silencio se hizo voz y el amor se hizo agua, y el agua se hizo paz y belleza Antártida, Antártida, escuela de humildad de ciencias y ... ecoamistad. Antártida, Antártida, altar de hielo y luz, reserva de agua y paz.» Jorge scrisse questo prima del 1992. Da allora sogna di andare nel continente che ha catturato, allo stesso modo, l’immaginazione di molte persone: la vita selvaggia, i banchi di ghiaccio fluttuanti, i vulcani spenti, i viaggi passati e le spedizioni che hanno provato, scoperto e sconfitto le condizioni climatiche più ostili di sopravvivenza e resistenza e riportato nuove storie sul paesaggio. Antarctica significa speranza per un nuovo mondo basato sulla compassione, la ricerca, la collaborazione, su di una profonda comprensione dell’equilibrio del nostro ecosistema e di una terra di pace dove fraternità e umanità possano convivere.

Quali sono state le maggiori difficoltà incontrate durante il viaggio?
Ci sono stati giorni infiniti, quando nessuno poteva lasciare la base scientifica per paura di perdere la vita nel vento glaciale. C’erano giorni in cui si attendeva che le condizioni climatiche cambiassero, pensando alla famiglie, agli amici, chiedendosi quando sarebbe arrivato il giorno del ritorno a casa.

Dando per scontato che ogni progetto ha sempre un proprio sviluppo, quale scegliereste come caratteristica predominante che distingue la mostra che si è appena inaugurata all’Hangar Bicocca?
La prima grande esposizione del nostro lavoro in Italia, curata da Bartolomeo Pietromarchi, unisce, per la prima volta, il lavoro che abbiamo condotto negli ultimi diciotto anni, sotto la metafora Antarctica. È una summa della nostra investigazione del viaggio artistico, con percorsi sinuosi, deviazioni errate, vicoli ciechi, incroci e biforcazioni. Ogni serie del lavoro è un percorso di ricerca separato ma interconnesso con gli altri, in cui ambiente, sopravvivenza, habitat, spostamenti, relazioni, autonomia, sono tutte componenti della natura della spedizione.

Uso come pretesto il titolo della mostra che si è aperta a febbraio in Giappone[1] per chiedervi la definizione di Alternative Home e Fantastic Live.  
Il progetto Antarctica offre un’alternativa per vivere ed esistere in un senso metaforico. Abbiamo sollevato innumerevoli domande e visualizzato molti tipi di idee alternative per vivere, attraverso i differenti lavori che abbiamo creato negli anni: Refuge Wear, OrtaWater, Hortirecycling, Life Nexus, Body Architecture,…Trovo che le nostre vite siano fantastiche (in apparenza come se generata, concepita da una sfrenata immaginazione; bizzarra ed eccezionale), ma non ci sembra mai così perchè siamo sempre assetati e bisognosi di spingere sempre più lontano i nostri limiti.

L’acqua è un elemento chiave nella vostra ricerca. Nell’interagire con i principi che la regolano, qual è la determinante che più vi interessa?  
Come ogni ricercatore, abbiamo molte vie per investigare un soggetto. Non possiamo sapere quale si rivelerà eventualmente come vera o fornire le risposte che stiamo cercando.
Siamo particolarmente interessati alla purificazione e al filtraggio dell'acqua e abbiamo scoperto che ci sono molte strade basate sull'efficacia dei costi che creano acqua potabile per le persone che ne hanno bisogno in tutto il mondo.
Con la nostra conoscenza di base e con l’aiuto di ingegneri, siamo stati capaci di purificare e distribuire come bevanda, l’acqua più sporca d’Europa: quella del Canal Grande a Venezia, come primo esperimento.

Si parla spesso di “urgenza” riferendosi alle problematiche ambientali connesse al nostro pianeta. Quale ritenete essere la più tragica non-urgenza che l’uomo continua a non vedere e, di conseguenza, non correggere?
Consumiamo e sprechiamo troppo, e non solo acqua! Per esempio, gli Stati Uniti, producono da soli, approssimativamente 220 milioni di tonnellate di spazzatura ogni anno. Ciò equivale a seppellire più di 82,000 campi da calcio sotto ad un cumulo di spazzatura compressa profondo 6 piedi.

Sono curiosa di sapere come vi figurate la terra tra cento anni…
Se il surriscaldamento globale continua con questo andamento, vivremo veramente in Antarctica. Bisogna sperare che tutti i cittadini abbiano il passaporto antartico e abbiano preso la nazionalità e firmato un nuovo trattato di pace.

Nutrite speranza e una concreta positività per il nostro futuro o la vostra visione corrisponde a scenari dalle apocalittiche conclusioni?  
Siamo ottimisti e numerosi nostri lavori sono molto giocosi, ma siamo anche cauti: se non vediamo o ignoriamo il peggio, come possiamo immaginare un futuro migliore?

La tenda rappresenta un rifugio precario ma con la duttile caratteristica di essere mobile. Sono la mobilità e il nomadismo che la contraddistinguono, le qualità più lodevoli di questa abitazione/riparo?   
La mobilità permette movimento, progressione da uno stato ad un altro. Il lavoro è anche multi-funzionale, cioè si presta ad innumerevoli scopi. La capacità di trasformazione consente una personalizzazione. Queste differenti combinazioni offrono un messaggio di speranza.

Anche a voi, come ad altri artisti che ho intervistato, non posso non chiedere tre aggettivi per descrivere l’arte contemporanea.
Sviante, intellettualmente stimolante, attraente al punto da creare assuefazione.

Chiedervi qualche anticipazione su progetti futuri, anche a lunga scadenza, è possibile?
Siamo concentrati su un progetto speciale, che è uno sviluppo di Les Moulins.
Negli ultimi dieci anni, siamo stati molto attivi nel nostro studio principale “The Diary”, situato nelle campagne ad est di Parigi e come risultato abbiamo avuto la fortuna di aver accesso e poter acquistare un’area consistente di terra ed edifici industriali abbandonati, lungo la Gran Morin Valley.
Stiamo per formare una partnership con diversi attori al confine tra arte contemporanea e design per creare un complesso culturale di 20 ettari dedicato alla produzione e promozione delle arti, con un particolare riferimento a esiti sia locali che internazionali.
In Francia questa sarà la prima iniziativa privata di questo tipo e portata.
Metteremo a punto uno studio e spazio multimediale per la produzione di un’arte sperimentale; un caffè/ristorante basato sul concetto del nostro lavoro 70x7 The Meal, collaborando con i produttori di cibo locali e gli chefs, interessati a lavorare sulla problematica della biodiversità.
Ci sarà un centro per le energie rinnovabili collocato nei pressi di un mulino ad acqua, per collaborazioni di ricerca tra arte, scienza ed ingegneria. Negli edifici industriali ci saranno spazi per le esposizioni, performance, situati in uno splendido parco vicino al fiume.
La Galleria Continua ha già aperto la sua galleria francese all’interno del complesso e altre gallerie e artisti si trasferiranno in questo sito/spazio eccezionale nei prossimi dieci-venti anni.
Abbiamo molto lavoro davanti a noi, questo è certo!



Lucy Orta è nata nel 1966 a Sutton Coldfiel, Warwicksh (UK). Vive e lavora a Parigi.
Jorge Orta è nato nel 1957 a Rosario (Argentina). Vive e lavora a Parigi.


(Pubblicata su ESPOARTE di Aprile-Maggio 2008)

[1] La mostra è stata ospitata dall’Hiroshima City Museum of Contemporary Art e ha come titolo Alternative Homes for Fantastic Lives.